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Lavorare 4 giorni a settimana? La storia parla a favore.

September 18, 2020

 

 

Quante ore lavorava un operaio tedesco nel 1870? In media più di nove ore al giorno, dal lunedì alla domenica. Nel 1870 non c’era la tv, non c’era internet.

 

L’automobile non era ancora stata inventata e nelle città la gente viveva in angusti appartamenti privi di elettricità e di acqua corrente. Oggi un impiego a tempo pieno prevede in media 41 ore alla settimana.  Oggi abbiamo la tv, internet, l’elettricità e più macchine di quante il pianeta sia in grado di sopportare. 

 

La polemica sulla settimana lavorativa di quattro giorni:

L’Ig Metall, il sindacato dei lavoratori metalmeccanici tedeschi, ha proposto di concordare questa riduzione dell’orario alla prossima tornata dei negoziati contrattuali. Ma l’idea ha ricevuto critiche, soprattutto da parte delle aziende, convinte che lavorare meno metterebbe a rischio il tenore di vita dei tedeschi. Se così fosse, la vita nel 1870 avrebbe dovuto essere decisamente più confortevole di quella attuale, ma sappiamo che non lo era: all’epoca il pil pro capite, a parità di potere d’acquisto, era 2.370 euro all’anno, mentre oggi è almeno dieci volte più alto. Se il benessere dipendesse solo dal numero di ore di lavoro, i cacciatori e raccoglitori dell’epoca preistorica sarebbero vissuti in un paradiso: al di là di qualche pausa per dormire, lavoravano praticamente giorno e notte. Ma l’inizio dello sviluppo economico come lo intendiamo oggi avvenne con l’invenzione dei primi utensili di pietra. Non deve stupirci, visto che sono soprattutto le innovazioni tecnologiche a stimolare la crescita, o, per dirla con il vincitore del premio Nobel Paul Krugman, che la fonte della nostra ricchezza non è il sudore ma l’inventiva.

 

Un altro insegnamento da trarre da questo e da altri tavoli negoziali è che l’orario di lavoro non cambia certo da solo. Storicamente, sono state le lotte sindacali oppure le leggi a imporre un aumento del tempo libero dei lavoratori. E anche oggi non basta limitarsi a fare appello alla buona volontà degli imprenditori. Un elemento di rilievo è che in questa fase si parla della settimana lavorativa di quattro giorni soprattutto in funzione della gestione della crisi dovuta alla pandemia: le imprese hanno meno commesse e di conseguenza anche i lavoratori devono lavorare meno, in modo da ridurre i licenziamenti. In teoria può funzionare, a patto però che gli stipendi diminuiscano in proporzione: in questo modo si ridistribuisce il carico di lavoro su un numero di lavoratori più ampio, come fece la Volkswagen durante la profonda crisi che attraversò negli anni novanta, salvando trentamila posti di lavoro. Non è un caso che del tema si discuta proprio ora.

 

Innovazioni come la digitalizzazione o l’automazione non sono altro che forme di progresso tecnologico. In più con la settimana lavorativa di quattro giorni si prenderebbero due piccioni con una fava: avremmo un argine contro i licenziamenti nella crisi e garantirebbe la partecipazione delle masse lavoratrici ai frutti dell’età delle macchine. Il grande economista britannico John Maynard Keynes lo aveva colto già molti anni fa, quando nel 1930 spiegava perché secondo lui nel 2030 “una settimana lavorativa di 15 ore” sarebbe stata più che sufficiente a soddisfare i bisogni fondamentali delle persone. Di solito Keynes non sbagliava.

 

* Credit Spiegel - Die Zeit - Financial Times 

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